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SFONDARE PORTI APERTI E APRIRE PORTE CHIUSE

La fase politica che si va consolidando obbliga chi sta in basso a sinistra a una serie di ragionamenti che delimitino le mosse future. Nella sua atroce penuria umana, il nuovo governo offre se non altro un'occasione di chiarimento del quadro nazionale.
La propaganda razzista, ormai più che ventennale, sta dando i suoi frutti avvelenati. Non ci riferiamo soltanto al governo, ma soprattutto a una quota consistente di cittadini italiani, che della propaganda a mezzo televisivo e informatico sono vittime, per poi divenire carnefici del proprio prossimo. Questo è innegabile, ma allo stesso tempo dobbiamo fare lo sforzo di non considerarci mosche bianche, accerchiate da una popolazione di fascistelli e fascistoni. Le cose non stanno così, e una visione del genere porta solo all'angoscia e al senso di impossibilità ad agire.


La storia di questo paese, del sud ma non solo, è fatta di emigrazione, di senso di inferiorità, di insulti subiti, di miserie alle quali sfuggire, di piccoli e grandi soprusi e dispotismi. Negli Stati Uniti gli italiani vennero dipinti come esseri inferiori, piccoli e puzzolenti. I nazisti ci accordarono il discutibile privilegio di essere la razza ausiliaria al servizio degli ariani. Ad Aigues-Mortes, nel 1893, i lavoratori italiani vennero massacrati dai francesi che temevano di perdere il lavoro (vi ricorda qualcosa?). Gli abitanti del Delta del Po che ieri facevano le barricate contro un paio di donne profughe, l'altro ieri erano loro stessi i profughi, accolti in Piemonte e altrove dopo l'alluvione. I meridionali che oggi sentono nascere la repulsione per coloro che prima erano i "cugini" africani, hanno ampiamente sperimentato i tuguri divisi in venti posti letto e il razzismo del nord industrializzato verso i "terroni". Insomma, la storia insegna ma non ha scolari, come diceva quel tale. Eppure, la storia lascia tracce, che si combinano alla situazione socioeconomica attuale. Negarle significa rinunciare a vedere che la società stessa, che oggi ci appare così terrificante (o tempora, o mores!) contiene in sé l'antidoto solidale, combattivo e progressivo ai suoi stessi problemi.

In Italia c'è crisi economica. E' una crisi che dura da quindici anni, forse venti, forse addirittura trenta. Non tutte le categorie la vivono allo stesso modo: c'è chi si arricchisce spropositatamente, chi si barcamena, chi dà fondo agli ultimi risparmi e chi è già nell'indigenza. Nella crisi, i conflitti si esasperano, tendono a prendere strade pericolose, e le derive fasciste aumentano. L'egemonia del pensiero liberale, che tanti danni ha già fatto, sta cedendo in favore della diffusione di una mentalità reazionaria, i cui germi erano facilmente rintracciabili nel berlusconismo, nel pieno di voti della Lega Nord nelle regioni settentrionali, e successivamente nel dilagare della "banda degli onesti" grillina.

1. Riconoscere gli errori

Il grillismo si è dato arie di rigenerazione, di palingenesi. Via i corrotti, arrivano gli onesti. Via gli speculatori, arrivano i difensori del territorio. Non esistono più destra e sinistra (dice la destra). E qui veniamo alla prima nota dolente. Non è per gongolare che diciamo oggi: ve lo avevamo detto. Ci rivolgiamo, cioè, alle decine di migliaia di compagne e compagni, alle fasce popolari che costituivano la defunta "sinistra", che si sono attaccate al tram grillino per contestare i governi liberali imposti dagli interessi del capitalismo europeo. Lungi da noi voler fare la predica a quanti, tra siti di movimento e attivisti di base, si sono prestati consapevolmente alla presa del potere da parte di questi loschi individui: pensiamo che l'esito Lega-M5S non fosse nelle loro previsioni e dunque che stiano vivendo una sorta di trauma inespresso, che può alternativamente generare vergogna e rimozione. Sta di fatto che moltissime compagne e moltissimi compagni, tra No Tav, sindacati di base, centri sociali, eccetera, hanno contribuito con parole e voti ad avere Salvini ministro dell'Interno, e una nuova serie di loschi figuri ai piani alti. Ciò denota un grosso granchio preso, un errore nell'analisi che, piaccia o meno, va scontato e deve indurre ad atteggiamenti meno spacconi. Che i grillini fossero prosecutori di una linea nera partita da Giannini e da Almirante, oltre che espressione di un nuovo protagonismo delle reti sociali create dalle multinazionali, era un fatto visibile e verificabile. Che le loro idee fossero sfuggenti su quasi tutto, tranne che sul nazionalismo, era altrettanto evidente. L'alleanza con la Lega stava nella natura ugualmente retorica e al fondo fascista di entrambe le formazioni. Aver pensato di poter "dirottare a sinistra" la massa elettorale grillina può essere stato uno sforzo generoso, ma la sostanza è che ha invece dirottato consensi di sinistra verso l'estrema destra, che non avrebbe mai avuto i numeri per impadronirsi del potere, né era vista come necessaria dall'establishment, che non deve fronteggiare un vero conflitto sociale. Già le recenti elezioni comunali hanno esemplificato la picchiata di voti al Movimento Cinquestelle: segno che molti di essi provenivano da fasce di popolazione che non avrebbe mai pensato di vederli governare col partito più vecchio e più francamente reazionario dell'arco parlamentare.

E' a queste compagne e a questi compagni che dobbiamo oggi parlare: non per fare la predica ma per persuaderli, se ce ne fosse bisogno, a voltare pagina. Il lavoro fatto nei territori è stato egregio e meritorio, e dura tuttora. Anzi, il nuovo clima politico imporrà nuove scelte decisive, che implicano la sopravvivenza delle esperienze pregresse e la sperimentazione di altri percorsi di lotta.

Si aggiunga che un'altra quota consistente di compagne e compagni, ha scelto da tempo di essere contigua o interna ai partiti di sinistra residui e nuovi, per tentare la via elettorale o per fiancheggiarla. La nostra storia parte dal C.S. Leoncavallo e dalla città di Milano: sappiamo bene di cosa stiamo parlando. Ricordiamo il furore predicatorio pro Pisapia, i brevi idilli tra i "creativi" e la giunta, gli sfottò ai centri sociali "vecchi", "chiusi", "autoghettizzati", gli attacchi a chi ha usato metodi di azione diretta a Cremona e alla May Day No Expo, il popolo delle spugnette decoroso e provinciale. Anche a loro dobbiamo parlare, anche a loro diciamo: la vostra scelta non è stata utile, nulla si è guadagnato in termini collettivi, e vi siete prestati a creare il vuoto attorno a chi lotta. La riedizione di questa scelta, oggi, sarebbe il frontismo in nome dell'antifascismo: borghesi e proletari, tutti insieme appassionatamente in difesa della democrazia e della Costituzione. Tutti insieme appassionatamente per l'accoglienza degna ai migranti, e per opporsi alla marea di destra con le armi spuntate del buon senso e dell'umanitarismo. Eh, no, cari. Sappiamo già come vanno a finire gli Aventini.

Anche noi dobbiamo fare autocritica. Nella nostra storia, il dirittumanismo è stata un'impostazione fondante, e nel perseguire la difesa delle fasce deboli (migranti in primis) ci ha illusi di parlare a tutti indistintamente, in nome dei valori democratici e dei diritti universali. Questa fase si è conclusa: lo abbiamo già lasciato intendere un anno fa, rifiutandoci di scendere in piazza con la sinistra PD (nemmeno per "contestarla"...), che dopo un anno di letargo e di retate in stazione Centrale torna a convocare i solidali con i migranti dell'Aquarius. Le responsabilità nella creazione dei principali istituti repressivi in materia migratoria ricadono in gran parte sulla sinistra autodefinitasi "democratica". Chi fa parte del problema non può fare parte della soluzione, e nella simbolica vicenda Aquarius sta semplicemente giocando una partita di consenso con l'elettorato, partita peraltro europea, sulla pelle delle persone. Come zapatiste e zapatisti, non abbiamo bisogno di ricordare che le critiche alle ONG le hanno sempre fatte i popoli in lotta, non i ministri grillini o i giudici di destra. Il "business dell'immigrazione" sbandierato dalla Lega contiene paradossalmente un fondo di verità, che non ci insegna certo Salvini: il terzo settore campa di donazioni e di appalti e subappalti, e non è interessato a far maturare i conflitti, ma a sedarli. L'opera è caritatevole e spesso meritoria, e meno male che c'è, visto l'andazzo, ma lava la coscienza sociale, e porta a una riedizione del mito del buon selvaggio e dell'industriale filantropo (che da Crespi a Olivetti ha una lunga storia in Italia, proseguita dall'A.D. di Expo oggi sindaco). Noi non stiamo con i migranti perché ci fanno pena e dobbiamo appellarci ai buoni sentimenti altrui. Noi stiamo da sempre con i migranti perché siamo o siamo stati migranti, perché riconosciamo che sono l'ultimo gradino della scala sociale e li vediamo come un possibile motore di cambiamento radicale. Noi stiamo con i migranti perché nelle periferie, sui luoghi di lavoro, nel vissuto personale sono come noi, hanno le nostre aspirazioni e vivono lo stesso sfuttamento: sono noi stessi, ma ancora più ricattabili di noi, con meno diritti di noi. Chi è contro di loro, chi li vuole "mandare a casa loro", è contro di noi.

2. Analizzare la situazione politico-sociale

La situazione, per chi sta in basso a sinistra, è peggiorata? Molti elementi lo lasciano pensare. Un ministro dell'Interno del genere, una pletora di reazionari vogliosi di legittime difese, di sacre famiglie eterosessuali, di pulizia etnica neanche tanto inconfessata, non può che preoccuparci. Ma è inevitabile ricordare che segue direttamente lo "sbirro" Minniti, che è stato elogiato dallo stesso Salvini e a cui si deve un giro di vite contro migranti e "indecorosi", e dalle sospette manovre in Niger e in Libia del governo Gentiloni. E' inevitabile pensare a quanti tiramenti di cinghia e colpi ai lavoratori abbiano inflitto i governi tecnici e politici bipartisan, nella totale assenza, per noi, di sponde politiche che possano quantomeno attenuare i termini dell'attacco ai movimenti sociali o a ciò che ne resta (essendo i vecchi Verdi e Rifondazione, e i nuovi PaP, delle forze extraparlamentari, ed essendo LeU composto anche da legalitaristi e vecchia guardia del PD). Insomma, se ci fanno paura i fascisti al governo, questa paura avremmo dovuto covarla già da un pezzo. O non abbiamo forse visto cosa è stato consentito di fare ai fascisti in campagna elettorale, con spari, accoltellamenti, pestaggi e finti comitati di quartiere, con ospitate di giornalisti e propaganda rossobruna? Ebbene, questi stessi fascisti oggi possono serenamente sostenere il nuovo governo, ma non è che avessero qualcosa da temere dal vecchio. La legge Fiano ha solo voluto stabilire una sanzione formale, per lasciare intatta la sostanza della loro agibilità. I sionisti nostrani non sono efficienti come quelli che occupano la Palestina.

Sono senz'altro tempi duri. E' facile prevedere con quanto zelo le forze dell'ordine e le amministrazioni in linea col governo si adopereranno nel loro lavoro, e quante denunce nel cassetto possano essere ripescate dalla magistratura. Non sappiamo quanto potrà durare questo governo: anche tra noi, c'è chi stima che durerà poco, e chi sostiene sia destinato a procedere indisturbato. L'elemento variabile è ovviamente il M5S, che dovrà decidere se stare al governo in queste condizioni paghi abbastanza. La Lega, che è l'unica vera forza attualmente al comando, ha ovviamente tutto l'interesse che duri, dato che riesce benissimo a fare campagna elettorale anche dal governo, e soprattutto ha ben chiaro dove vuole andare (complici gli assetti internazionali tra Trump, Putin ed est UE). Salvini potrebbe comunque, raggiunto il punto conveniente di consenso, far scoppiare una crisi per poi governare da solo al giro dopo. Il Partito Democratico non avrà bisogno di forzare la mano, dato che è la sua ultima occasione di ricostruirsi man mano il consenso perduto: si rifarà una verginità poco a poco, ma senza fretta di prendere un'altra batosta elettorale. C'è già Minniti che dà lezioni di democrazia a Salvini! Signore, scampaci.

In questo scenario, il tema dell'immigrazione è stato agitato come lo spettro attorno al quale risolvere i nodi sociali, ma è chiaro che si tratta di uno specchietto per le allodole. La vera questione è infatti quella della forbice tra ricchi e poveri. Il tema del reddito di cittadinanza, cioè del sussidio di disoccupazione rinforzato e subordinato al lavorismo, ha consentito ai grillini di fare il pieno di voti, specie nelle zone in cui la disoccupazione è come l'AIDS in Africa: endemica. La gente vuole il denaro: sta con chi dice di darglielo, sta contro chi gli si presenta come sottrattore. Ma quanto ci vorrà a chiarire che la flat tax è un rubare ai poveri per dare ai ricchi? Confindustria si è molto umanamente espressa: non ne abbiamo bisogno. Perché dovrebbe averne bisogno, se ha già tutto il bottino e zero conflitto di classe da fronteggiare? Per qualche dollaro in più, vale la pena di rischiare che qualcuno ricominci a incazzarsi con i padroni? Ma intanto la avrà.
E' sulla redistribuzione della ricchezza, che è prevedibile che i nodi vengano al pettine. I pentastellati sono in crisi di immagine: non toccheranno il presunto nemico Berlusconi, non faranno piazza pulita dei vecchi politicanti, non se la prenderanno coi mafiosi, non romperanno con l'Europa, non cancelleranno la Buona Scuola, non riporteranno la lira e via discorrendo. Presentare un provvedimento sul reddito o una riforma (magari peggiorativa) del Jobs Act e della Legge Fornero sarà una necessità per non tornare nel fondo della storia. E' facile prevedere che sarà un provvedimento sbilenco, un palliativo, un contentino stile 80 euro di Renzi, e che lascerà i poveri nella povertà, gli sfruttati in regime di sfruttamento. Ma è proprio sul reddito, che le presunte opposizioni cittadino/clandestino e italiano/straniero si squagliano come neve al sole. E' proprio nella risposta a omicidi come quelli di Soumaila Sacko e di Abd El Salam, che si vede emergere un soggetto politico migrante che non si presta a fare da numerino per le statistiche, perché lotta nei luoghi di lavoro dove più alto è il livello di sfruttamento. Un contadino, un facchino... e poi operai, trasportatori, badanti, e finanche piccoli imprenditori: migranti che stanno fianco a fianco con i colleghi di lavoro, fianco a fianco contro i razzisti e la polizia; migranti i cui figli crescono con i figli degli autoctoni, che ci meticciano e che supereranno nei fatti le buffonate persecutorie di Salvini e di Di Maio, le doppiezze di Minniti e di Majorino: perché andranno a costituire un blocco sociale con centinaia di migliaia di altri sfruttati e nuovi poveri, senza che il colore della loro pelle o la loro religione abbiano più peso. Importantissimo, nella creazione di questo blocco sociale meticcio, il lavoro svolto dai sindacati di base, forse gli unici ad avere il polso delle lotte di questa nuova soggettività migrante e lavoratrice. Se solo le sigle sindacali, unite dal giusto odio verso i compromessi dei confederali, non fossero perennemente preda della competizione reciproca!


In definitiva, diciamo che arriverà un'ondata repressiva contro le compagne e i compagni politicamente attivi, contro gli irregolari, le diverse, eccetera. Ma potrebbe arrivare anche il nodo al pettine di una situazione economica che nessuno può sanare. Rischi e possibilità, insomma. Senza bisogno di citare Mao Zedong, basta dire che chi ha paura del caos, o non è più rivoluzionario, o non lo è mai stato. Dal caos potrà uscire una situazione ancora peggiore, se siamo deboli e marginali come oggi siamo. L'unica possibilità per emergerne in condizioni migliori è organizzarsi. Ciascuna realtà di base sta portando avanti i suoi percorsi, piccoli e meritevoli, sta seguendo o arrancando su determinati temi, e va bene così. Ma pensiamo che ora spetti a tutte e tutti uno sforzo di dibattito, costruzione e mobilitazione orizzontale.

3. Che fare?

In questo ultimo anno abbiamo letto da più parti tante analisi interessanti, che dimostravano una buona capacità di comprensione dell'esistente. Il punto mancante o contraddittorio, però, era sempre lo stesso: e dunque, che fare?

La domanda di Černyševskij torna ad assillarci, e non abbiamo, purtroppo o per fortuna, i Lenin che ce lo illustrino. Sovranisti ed europeisti, scenari di guerra mediorientale, alleanze politiche, lettura del passato italiano (eredità del PCI vs lotta armata) sono stati negli ultimi anni gravi motivi di divisione, che dimostrano la nostra eterogeneità. Oggi, a farci sentire diversi e in minoranza è l'andamento della nostra stessa città, e il tema all'ordine del giorno, che conosciamo da lunghi anni (i migranti e l'accoglienza, il riemergere del pensiero reazionario). Abbiamo detto di non volerci mischiare con i bravi predicatori e cattivi razzolatori di centrosinistra, ma vediamo anche come diversi gruppi a noi affini siano obtorto collo portati a fare la scelta opposta. Il rito del 25 aprile milanese, cui tutte e tutti partecipiamo da anni come statuine di un presepe, continua nostro malgrado a contribuire, con il suo peso storico, a questa farsa del fronte democratico, solidale e antirazzista. Del resto, in tempi recenti non abbiamo potuto offrire alcuna alternativa valida: non possiamo prendercela con nessuno. Ma vediamo anche che le realtà antifasciste hanno continuato i loro percorsi, che i centri sociali sgomberati sono stati rioccupati, che le zone ad alto tasso di meticciato continuano a opporsi ai De Corato di turno, che nascono gruppi sportivi antifascisti e antirazzisti. Vediamo che nel nome di Dax continua a manifestarsi, anno dopo anno, l'esigenza di esserci, di non lasciare cadere, di non chinare la testa. Vediamo i movimenti femministi e queer prendere parola e agire, e non per rivendicare le quote rosa. Quello che manca, tuttavia, è la prospettiva. Noi non siamo nessuno per indicarla con certezza, ma vogliamo intanto esprimere da dove ci piacerebbe partire.

Noi non possiamo resistere e basta. Non è nella natura dei movimenti di ribellione. Se non c'è mai l'occasione di passare all'attacco, di provare a opporre un qualche contropotere, la nostra è una storia che non ha futuro. Questo è intanto il sentore che abbiamo. Ma ciò significa essere di più e meglio organizzati, significa saper sostenere le contromosse repressive, significa sacrificare parti consistenti della propria esistenza. Chi conosce la nostra storia, saprà valutare quanto ci può essere difficile dire quanto segue: significa imparare a parlarsi, superare gli scazzi, le mitologie sui disobba, le frasi fatte, gli odi contrapposti da passarsi in eredità generazione dopo generazione... e soprattutto imparare a tacere mediaticamente quando altri passano ad azioni più determinate: non come nel passato recente, in cui spesso si è preferito prendere le distanze e delegittimare, ancorché si trattasse solo di azioni dimostrative e danneggiamenti di oggetti.

Le sfilate di solidarietà, le testimonianze di umanità, non ci soddisfano. La Chiesa, che tanto pervasiva è sembrata in passato e sui migranti sembra all'estrema sinistra, in materia di migrazioni non fa più alcuna presa sulla popolazione, e nemmeno gli umanitaristi. Tante chiacchiere hanno dato ben pochi frutti, e iniziano a suonare ritrite anche a noi stessi. Lo diciamo chiaro: a parte la degna risposta a Macerata, l'unico momento in cui ci è venuto un piccolo moto di esultanza, nella passata campagna elettorale, è stato quando alcune compagne e compagni di Palermo hanno impacchettato un fascista e se lo sono rivendicato senza tentennare, anche dopo essere stati messi in arresto. Se i fascisti qui non contano nulla, hanno dichiarato gli arrestati, è perché hanno paura. Ecco: se i potenti giocano così facilmente sulle nostre teste, è perché sono certi di non dover temere nulla da noi. E questo è un problema serio, che rischia di farsi cronico. I seguaci del "buon governo", gli addentellati dei partiti e delle giunte solidali e responsabili storceranno senz'altro il naso, ma noi abbiamo il dovere di essere sinceri: stiamo con chi non teme di passare dalle parole ai fatti. Anzitutto perché rischia la propria incolumità, e in aggiunta perché la storia non è mai andata avanti a chiacchiere.

Non stiamo proponendo di passare alla clandestinità o alla lotta armata. Tale è la sproporzione di forze a livello tecnologico, tale è la pervasività dei sistemi di controllo, che oggi, in tempo di pace, il focolaio guerrigliero sarebbe puro folclore. Ma nemmeno dobbiamo pensare che nulla più sia possibile fare: questa sarebbe la vittoria definitiva del nemico. Il nemico, sì: il capitalismo nelle sue versioni heavy e soft, sovranista ed europeista, nazionalista e cosmopolita. Intanto, sarebbe necessaria una serie di momenti di confronto e chiarificazione tra realtà che sono attive ma che tendono a riferirsi soltanto ai propri giri consolidati. In più, sarebbe utile trovare una serie di temi sui quali convergere con azioni di massa diversificate. Si tratta dei diritti dei migranti? Bene, non c'è solo l'Aquarius. Ci sono i CPR da aprire, le frontiere da forzare, lo sfruttamento mafioso nelle campagne, le lotte della logistica. Non fossilizziamoci sulle boutades di Salvini, del burattino Conte e di Toninelli: fuori dai riflettori le migrazioni continuano via mare, via terra e via aerea, i porti sono aperti... semmai andrebbero sfondati. Va sfondata l'idea che le migrazioni si possano governare, irreggimentare, congelare, che la Terra sia suddivisibile per frontiere chiuse. Da aprire veramente, d'altra parte, sono quelle porte che abbiamo chiuso tra noi, e nel rapporto con il tessuto sociale. Bisogna cavarsi la puzza sotto il naso verso chi sentiamo ignorante, stupido, schifosamente razzista. Questo è il famoso popolo di cui si blatera. Queste sono le masse, e coloro che potrebbero prendere coscienza di classe. Rifugiarci nell'elitarismo perché la gente "vota male" ed è quindi tutta fascista, significa non potersi definire rivoluzionari e avere già perso.

E' impressione comune che molti italiani non abbiano più paura di esprimere apertamente il proprio razzismo indotto: semmai, siamo noi che iniziamo a essere timorosi di controbattere. Ebbene, occorre ribaltare la situazione. Essere di più, tante e diversi, è il primo passo per non sentirci soli e sconsolati, e per proporre una diversa visione del mondo. Essere di più, ibridarci, saper rinunciare ai propri "marchi" in nome di mobilitazioni comuni che portino al centro il tema della redistribuzione della ricchezza e della devastazione dei territori, del meticciato e della fine del patriarcato. Andare ad assediare con mobilitazioni nazionali i luoghi dove si producono quelle armi, che poi contribuiscono a generare l'immigrazione che ipocritamente si vorrebbe ricacciare indietro. Essere disposti a tutti quei piccoli gesti individuali che portino nella società un'altra campana rispetto a quella dominante. Questo sentiamo che, preliminarmente, ci vorrebbe. Senza alcuna presunzione, e in piena consapevolezza dell'attuale debolezza nostra (e collettiva). Ci sono compagne e compagni che hanno preso le armi in Kurdistan, altri che raccolgono naufraghi in mare, altri che aiutano i migranti a passare i confini, altri che stanno nei picchetti della logistica, altri che lottano in difesa dei territori devastati dalle grandi opere inutili. Non siamo soli, siamo solo dispersi. Prima ce ne rendiamo conto, prima lasciamo i nostri orpelli ideologici e ci adoperiamo per rimettere in campo delle reti degne di questo nome, e meglio è. Aspettiamo risposte e proposte, e in tutta serenità arrivederci nelle piazze.

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